Nel nord di Fuerteventura, tra pianure brune e vulcani arrotondati, c’è una montagna che non somiglia alle altre. Tindaya si alza da sola, dal profilo affilato e dal colore che cambia con le ore: ocra al mattino, quasi rosa al tramonto. Per i majos, gli antichi abitanti dell’isola, era un luogo sacro. Lo sappiamo da ciò che hanno lasciato sulla cima.

I piedi incisi

In cima alla montagna ci sono centinaia di podomorfi: sagome di piedi incise nella roccia. Gli inventari non danno la stessa cifra — da circa 250 a oltre 300 —, ma il quadro d’insieme non lascia dubbi: è uno dei siti di incisioni rupestri più singolari delle Canarie. Che cosa significassero esattamente è ancora oggetto di studio. Ciò che sembra chiaro è il valore rituale della montagna per chi viveva qui prima della conquista.

Le incisioni della cima sono dichiarate Bien de Interés Cultural, il massimo livello di tutela del patrimonio in Spagna, e l’intera montagna è monumento naturale e sito di interesse geologico. La portata di questa tutela è ancora in discussione: il Governo delle Canarie ha proposto di ampliare l’area protetta e il Cabildo di Fuerteventura, il consiglio insulare, ha presentato osservazioni contrarie.

Il vuoto che non fu scavato

Negli anni Novanta lo scultore Eduardo Chillida ideò per Tindaya una delle sue opere più ambiziose: svuotare l’interno della montagna per creare un grande spazio di luce e silenzio, aperto al cielo e al mare. Lo pensò come un monumento alla tolleranza.

Il progetto ha diviso l’isola per circa venticinque anni. Per alcuni era un’occasione unica di arte e visibilità; per altri, un’aggressione irreparabile a un luogo sacro e protetto. Ci furono studi, polemiche, cause giudiziarie e cambi di rotta. Nel 2019 le amministrazioni rinunciarono al progetto. Chillida, scomparso nel 2002, non ne vide l’esito.

Oggi la storia di Tindaya è anche quella di un’opera che non esiste, e forse è questa la sua lezione migliore: ci sono luoghi il cui valore più grande è essere lasciati come sono.

Perché non si sale

Qui conviene essere chiari. La salita alla cima di Tindaya senza autorizzazione è vietata. Lo stabilisce un decreto del Cabildo di Fuerteventura del dicembre 2019, in applicazione della legge canaria sul patrimonio culturale, e il divieto è segnalato intorno alla montagna. Le autorizzazioni dipendono dal servizio Patrimonio storico del Cabildo e non sono una formalità turistica. Negli ultimi anni la Guardia Civil ha denunciato persone salite senza permesso che lo avevano pubblicato sui social, con sanzioni amministrative.

Il motivo è semplice: ogni passo sulla cima consuma incisioni che sono lì da secoli, e ogni foto scattata lassù spinge altri a salire. Non salga, non cammini sui pendii fuori dai percorsi consentiti, non tocchi le incisioni e non faccia volare droni.

Regime di accesso verificato a ottobre 2026. Per una visita autorizzata o guidata, si rivolga direttamente al Cabildo di Fuerteventura.

Come guardarla

Tindaya si capisce meglio dal basso, a una certa distanza, quando la si vede per intero:

  • Dal paese di Tindaya, ai piedi della montagna, con le case basse e i muretti di pietra in primo piano.
  • Dalle pianure circostanti, al tramonto, quando la luce radente tira fuori tutti i colori della roccia.
  • Dalla montaña Quemada, lì vicino, dove un monumento ricorda Miguel de Unamuno, che scrisse di quest’isola spoglia con una devozione che si legge ancora.

Il nostro punto di vista

Tindaya non ha bisogno di essere conquistata. È una montagna da guardare in silenzio, sapendo ciò che custodisce lassù anche se non si vede. Venga al tramonto, parcheggi senza invadere i campi, si fermi un po’. La montagna dei piedi incisi si rispetta meglio con i piedi in pianura.

Per continuare a leggere l’isola nella pietra, scenda verso la costa ovest: ad Ajuy affiorano le rocce più antiche dell’arcipelago.