Pochi luoghi del Mediterraneo possono dire di avere un gin proprio. Minorca sì, e la storia non è un’etichetta di marketing: è reale, verificabile e risale a più di due secoli fa. Quando si beve un gin minorchino non si beve una moda, si beve un’impronta storica che l’isola ha saputo conservare senza trasformarla in souvenir.

Quell’impronta ha nome e origine britannica. Per buona parte del XVIII secolo, Minorca visse sotto dominazione britannica, e con la flotta arrivarono abitudini, gusti e una sete molto precisa: la marineria chiedeva gin. I distillatori dell’isola, invece di importarlo, cominciarono a produrlo con ciò che avevano a portata di mano. Da quell’incontro tra la domanda inglese e la materia prima locale nacque un distillato che ancora oggi esce dagli stessi alambicchi di rame.

La cosa interessante non è solo che Minorca abbia il gin, ma come lo beve. Qui il gin non è un cocktail da mixology d’autore: è un sorso di festa, di piazza, d’estate. Si chiama pomada e, per capire l’isola ad agosto, bisogna capire lei.

L’essenziale

  • Cos’è: gin di tradizione minorchina, con radice storica britannica del XVIII secolo.
  • Dove si distilla: a Maó, in alambicchi di rame, a partire da alcol di vino e bacche di ginepro.
  • Il tratto distintivo: le bottiglie con manico, le canecas, ispirate a quelle che portavano i marinai.
  • Come si beve: soprattutto in pomada — gin con limonata, ben fredda — durante le festes dei paesi.
  • Quando: tutto l’anno, ma la sua grande stagione sono le feste patronali dell’estate.

Perché Minorca ha un gin proprio?

La risposta sta nel Settecento. L’isola cambiò mano diverse volte, ma il periodo britannico lasciò tracce profonde: nell’architettura di Maó, in alcune parole del minorchino e, in modo molto concreto, nella bevanda. I marinai della Royal Navy consumavano gin, e la presenza continua della flotta creò una domanda stabile.

Invece di dipendere dall’importazione, sorsero distillatori locali che adattarono la ricetta agli ingredienti disponibili. Così, ciò che iniziò come una soluzione pratica finì per diventare una tradizione sopravvissuta alla partenza dei britannici. Questa è la differenza tra una moda e un patrimonio: quando gli inglesi se ne andarono, il gin restò.

Cos’è il Gin Xoriguer e perché si riconosce?

Il Gin Xoriguer è il nome che meglio rappresenta questa continuità. Si continua a distillare a Maó, in alambicchi di rame, partendo da alcol di vino e aromatizzato con bacche di ginepro e altri botanici. Questa base di vino, invece che di cereale, fa parte del suo carattere: dà un profilo proprio, legato alla tradizione mediterranea più che a quella del gin del nord Europa.

Visivamente è inconfondibile per le sue canecas: bottiglie di terracotta o di vetro con manico, ispirate ai recipienti che usavano i marinai per trasportare il liquore a bordo. Non è un contenitore di design pensato in uno studio: è il prolungamento di un oggetto di lavoro. Questa onestà è, appunto, ciò che lo rende elegante.

Cos’è la pomada e come si prepara?

Il modo più minorchino di bere il gin è la pomada: gin con limonata, ben fredda e con ghiaccio. Semplice in apparenza, ma con le sue regole non scritte.

  • Proporzione equilibrata: né così carica da sentire solo l’alcol, né così annacquata da perdere senso. Il punto giusto è quello che permette di berla piano.
  • Fredda, sempre. La pomada tiepida, semplicemente, non esiste. Il ghiaccio non è opzionale.
  • Limone vero. Quando si fa con prodotto locale e limonata onesta, la differenza si sente.
  • Servita con generosità da piazza. Nelle festes si serve in bicchiere alto, per accompagnare ore intere, non per un sorso veloce.

Non è mixology di precisione millimetrica; è un sorso popolare fatto per essere condiviso. Ed è lì il suo fascino: appartiene a tutti.

Gin con tonica servito con ghiaccio, una fetta di lime e un rametto di rosmarino, visto dall'alto su ardesia scura.
Il gin minorchino, fresco e senza pretese: ghiaccio, lime e rosmarino. · Foto: Adobe Stock

Quando e dove si beve la pomada?

La pomada è il sorso delle festes, le feste patronali che attraversano l’isola durante l’estate. Iniziano con Sant Joan a Ciutadella, una delle celebrazioni più impressionanti del Mediterraneo, con i suoi cavalli neri impennati tra la folla, e proseguono paese dopo paese fino a chiudere il calendario con Gràcia a Maó, già a settembre.

In quei giorni, la pomada è il filo comune. Si beve per strada, tra il suono dei jaleos, la musica e la folla. Non è una bevanda da terrazza tranquilla: è parte del rito collettivo. Fuori stagione, si trova anche nei bar e ristoranti di tutta l’isola, ma il suo contesto naturale è la festa.

Come berla con criterio (e con la testa)?

Ecco la nostra raccomandazione onesta, senza pose:

  1. Inizi con una pomada fatta bene, non con il gin solo, se vuole capire la tradizione.
  2. Beva con moderazione. Nelle festes scorre con una facilità ingannevole, e l’atmosfera invita a non fermarsi. L’estate minorchina è lunga; non serve risolverla in una notte.
  3. Si idrati e mangi qualcosa. Sembra ovvio, ma la combinazione di caldo, folla e ore in piedi si fa sentire.
  4. Se guida, non beva. Le strade dell’isola sono strette e di notte c’è poca luce. C’è il taxi e, durante le feste, conviene prevederlo con anticipo.
  5. Si porti a casa una caneca. È il ricordo più autentico dell’isola: niente calamite, una bottiglia con storia.

Vale la pena oltre la pomada?

Sì, se lo si affronta con curiosità. Il gin minorchino ammette altre letture: liscio, con ghiaccio, per apprezzare il profilo della sua distillazione a base di vino; o in preparazioni più sobrie della pomada festiva. Ma conviene non perdere di vista l’essenziale: non è un prodotto che ha bisogno di reinventarsi per essere interessante. Il suo valore sta in ciò che già è.

Come tante cose a Minorca, il suo fascino è l’autenticità senza clamore. Non grida, non ostenta. Semplicemente si fa bene da più di due secoli, nello stesso posto, con la stessa idea. Questa costanza tranquilla — così poco di moda e così duratura — è, forse, la cosa più minorchina di tutte.

Provare la pomada non è provare un cocktail: è entrare, per un momento, nella festa che definisce l’isola.